TENNIS: Wimbledon, caratteristiche ed evoluzione del tennis su erba

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TENNIS: Wimbledon, caratteristiche ed evoluzione del tennis su erba

Passato e presente del tennis erbivoro nel raffronto con le altre superfici

C'era una volta l'erba. Amata oppure odiata, attesa per tutto l'anno da alcuni giocatori che la prediligevano rispetto alle altre superfici, ed evitata il più possibile da altri che non la capivano e la detestavano.

Prati verdi tra gioie e dolori

Il tennis su erba era uno sport quasi a sé stante, molto diverso rispetto a ogni altro contesto.Il rimbalzo basso e irregolare, la necessità di muoversi alla massima velocità, il traino verso la rete, la tattica costantemente rivolta all'attacco. Ci sono stati campioni che hanno dominato in lungo e in largo a Wimbledon ma, ad esempio, non sono mai riusciti a imporsi al Roland Garros (pensiamo a Pete Sampras, sette volte trionfatore a Londra, ma nemmeno mai in finale a Parigi).

Filippo Volandri

Gli appassionati di lunga data ricordano inoltre tennisti di medio livello che puntualmente si mettevano in luce sull'erba britannica salvo poi sparire nelle retrovie per tutto il resto della stagione (come il tedesco Alexander Popp, due volte ai quarti di finale), e all'opposto ottimi interpreti del rosso che a Wimbledon facevano una fatica enorme anche solo a vincere una partita (il nostro Filippo Volandri, ma anche tanti spagnoli e argentini).

La standardizzazione del gioco

Questo avveniva proprio perché il tennis era una disciplina di specialisti, di erbivori e terraioli, definizioni ormai passate di moda e pressoché sparite dal vocabolario contemporaneo. Oggi si gioca più o meno sempre allo stesso modo e ovunque: un problema che spesso torna in auge, ma a cui nessuno pare voglia porre rimedio.

A farne le spese, più di tutte, è stata proprio la singolarità dei prati, dove si vede palleggiare tranquillamente da fondo campo, impegnarsi in scambi anche di 20 o 30 colpi, frequentare la rete solo in rari momenti: condizioni impensabili fino a una trentina d'anni fa. Se in passato la vittoria di grandi difensori, come Agassi o Hewitt, a discapito degli attaccanti era un evento clamoroso, ora si può essere competitivi sull'erba anche senza snaturare la propria tipologia di gioco, ma soltanto limitandosi ad alcuni adattamenti.

L'erba di Wimbledon è rigorosamente tagliata ogni mattina a un'altezza di otto millimetri. Mentre però un tempo (fino al 2001) veniva coltivata con un mix di graminacee, si è poi scelto di affidarsi a un'unica pianta, il loietto perenne, allo scopo di garantire maggiore uniformità e regolarità nel rimbalzo.

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Un viaggio tra prati perfetti, abiti bianchi e fragole dolci

6h ago

Ciò che rimane dell'erba

Di fatto, tutto il circuito ha seguito l'input di questa evoluzione, ovvero la democratizzazione, la ricerca di un'uniformità che consentisse un po' a tutti di essere competitivi su ogni superficie. In realtà, l'eccessiva omogeneità ha tolto parte di quel fascino che il tennis su erba emanava. A Wimbledon resta l'atmosfera sacrale, restano la storia e alcune tradizioni, il silenzio ovattato, le fragole con la panna e la pioggia.

Le condizioni tecnico/tattiche sono però diventate sempre più somiglianti al resto del circuito, anche per questioni legate all'evoluzione delle racchette e delle palline. Permangono l'importanza del servizio, il baricentro basso, il buon utilizzo dello slice, sulla strada però di un tennis di corsa e potenza molto più orizzontale che verticale.

Non a caso, già dopo i primi giorni (o le prime ore) del torneo si vede la parte di fondo campo consumata e la zona sotto rete quasi intonsa, sia nei campi principali che in quelli secondari: qualcuno la chiama ironicamente "erba battuta", definizione non certo priva di fondamento. La modernità ha dunque appiattito l'imprevisto, l'originalità, ma non ha eliminato le sensazioni particolari che si respirano sui prati londinesi, sensazioni uniche e intoccabili.

IMMAGINI: IMAGO

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