FORMULA 1: Perché tutti parlano dell'altitudine quando la F1 arriva in Messico
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FORMULA 1: Perché tutti parlano dell'altitudine quando la F1 arriva in Messico

La sfida del Messico tra aria rarefatta, motori al limite e scarsa ossigenazione.

Ci siamo quasi: dal 30 ottobre al 1° novembre 2026, la Formula 1 approderà in terra messicana. E mentre tutto il mondo verrà avvolto dall'atmosfera lugubre e festante di Halloween, nei box dell'Autodromo Hermanos Rodríguez si respirerà un'aria del tutto diversa… letteralmente. Situato a circa 2285 metri sopra il livello del mare, questo temuto circuito vanta infatti un'altitudine eccezionale che supera di gran lunga qualsiasi altro tracciato presente nel calendario 2026 di F1. Ma cosa comporta questo per i piloti e per le loro vetture? Vediamolo subito nel dettaglio qui di seguito.

Una questione di fisica e aerodinamica

La fisica parla chiaro: superati i 2000 metri di altitudine, la pressione atmosferica crolla e la densità dell'aria si riduce del 20-25%, il che provoca un cambiamento nell'aerodinamica delle auto. Ciò accade perché la deportanza (cioè la spinta verso il basso che mantiene l'aderenza del veicolo sull'asfalto durante le curve veloci) viene calcolata proprio in base alla densità dell'aria. Quando questa diminuisce, le squadre cercano di ovviare al problema montando pacchetti da massimo carico, ma l'aderenza rimane comunque terribilmente scarsa, facendo scivolare le vetture. Al contempo, la resistenza all'avanzamento diminuisce drasticamente, facendo sì che i bolidi raggiungano folli velocità in fondo al lungo rettilineo principale.

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Il rischio del surriscaldamento

L'aria rarefatta ha anche il difetto di possedere una capacità termica ridotta e, fluendo in minore quantità nei radiatori, causa il rapido surriscaldamento di freni, parti elettriche, acqua e olio. Per proteggere i componenti e impedire che i dischi dei freni cedano per le temperature estreme, gli ingegneri sono di conseguenza costretti ad allargare al massimo le prese d'aria e le feritoie sulla carrozzeria. Una soluzione estrema, certo, che su circuiti diversi impatterebbe negativamente sull'efficienza aerodinamica della macchina, ma che diventa in questo caso l'unico modo per raffreddare la monoposto e permetterle di completare la gara senza subire danni.

Il duro lavoro del turbocompressore

Dal 2026, la Formula 1 ha rivoluzionato le sue regole: l'energia è divisa 50/50 tra la componente elettrica da 350 kW e il motore a benzina, alimentato da carburanti sostenibili al 100% e privo del vecchio recuperatore di calore MGU-H. Il motore termico, tuttavia, necessita di ossigeno per bruciare il carburante e produrre cavalli e senza aiuti, alla quota messicana, perderebbe circa il 20% della sua potenza. Non tutto è perduto, però, perché in questo caso entra in gioco il turbocompressore, che spinge forzatamente l'aria nei cilindri. Ma ad oltre 2000 metri d'altezza e senza l'ausilio dell'MGU-H, la turbina deve lavorare intensamente per raccogliere l'aria sottile necessaria; questo sforzo enorme  surriscalda e affatica componenti meccaniche delicate come i cuscinetti, aumentando il rischio di guasti e ritiri.

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I limiti umani

L'altitudine messicana mette a dura prova persino i piloti più allenati, in quanto la rarefazione dell'aria riduce l'ossigenazione di muscoli e cervello, aumentando al contrario le pulsazioni cardiache e il senso di stanchezza. Condurre una monoposto che già di suo presenta tutti i problemi evidenziati nei paragrafi precedenti diventa quindi, com'è facilmente intuibile, un'impresa fisica eccezionale, che richiede anche una buona dose di resistenza psicologica: rimanere lucidi e precisi per tutta la corsa è la vera sfida che consacra i migliori sul circuito Hermanos Rodríguez.

IMMAGINI: IMAGO

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